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Torino in giallo e nero: il sacrilego omicidio di don Gnavi

"Torino città dell’esoterismo, dell’occulto, ma anche città di grandi fatti di cronaca che, nonostante siano avvenuti molto tempo fa, ancora sono vivi nella memoria. E, addirittura, possono trasformarsi in soggetti per film, per serie televisive o ddirittura, com’è accaduto nel caso dello “Smemorato di Collegno”, approdare a trasmissioni come “Chi l’ha visto?”, nel tentativo di risolvere il mistero usando gli strumenti a disposizione degli investigatori moderni.
Per chi ami Torino, ricordare i grandi fatti di cronaca del passato è perciò un tassello importante. Ed è quel che faremo insieme, sollevando il velo dell’oblio su alcuni casi che appassionarono i torinesi di ieri, e possono fare ancora discutere i torinesi di oggi.
In città si è verificato un omicidio? Di sicuro merita l’apertura della pagina di cronaca cittadina in cui sono condensati i fatti di “nera”. Ma se il morto è un prete l’interesse aumenta, e con esso crescono le colonne che chi impagina dedica al titolo. E se il delitto è particolarmente efferato, non ci sono dubbi: titolo a piena pagina, nove colonne! Andò probabilmente così nel 1918 quando venne ucciso a Torino don Giuseppe Gnavi, sacerdote originario di Caluso. L’antefatto è legato alla figura di Pietro Balocco, un truffatore che spacciandosi per l’ingegner Domenico Anselmi verso la fine del febbraio 1918 affittò un appartamento in via San Filippo 19 (l’attuale via Maria Vittoria). L’uomo si presentò alla proprietaria della casa, la contessa Elisabetta Bianchi Bestini d’Espina, e raccontò una storia fantasiosa: spiegò che l’alloggio era destinato a un colonnello Mario Filipponi, che a breve avrebbe traslocato da Genova a Torino. Ovviamente la nobildonna non sollevò obiezioni: il militare era stato presentato come persona altolocata, un inquilino ideale.

La prima a nutrire dei sospetti su Balocco-Anselmi fu la portinaia, Giuseppina Oria Bric. L’uomo non le piaceva, non gradiva l’andirivieni nell’alloggio, pure giustificato col fatto di prepararlo per l’arrivo del nuovo inquilino. Ma un giorno si verificò un fatto inquietante. Vide l’ingegner Anselmi salire con un prete, che poi parve scomparire nel nulla. Giuseppina era certa di non averlo visto passare di fronte alla sua guardiola. Convinta che nell’alloggio succedesse qualcosa di strano si recò dalla proprietaria, che risiedeva nello stesso edificio, e la convinse a presentarsi con un pretesto.
La contessa accettò, e insieme alla portinaia andò a bussare alla porta dell’Anselmi.
All’interno, le due donne notarono nella vasca da bagno un tappeto inzuppato di liquido rosso, molto somigliante al sangue. Per tranquillizzarle l’Anselmi affermò che si trattava di vino ma poi, visto che le due donne erano molto perplesse, all’improvviso uscì dall’alloggio facendo perdere le sue tracce.
La contessa e la portinaia chiamarono subito la polizia. Vennero rinvenuti oggetti personali del sacerdote e la sua tonaca.

Subito vennero avviate le indagini. Parve subito evidente che il sedicente ingegner Anselmi altri non era che un truffatore. Si giunse così a Balocco, che aveva già dei precedenti con questi reati, e si scoprì che conosceva il prete assassinato, e gli doveva dei soldi. Ma la scoperta più macabra avvenne in via Donizetti, dove il presunto assassino risiedeva: fu trovato il torso di don Gnavi, celato in una valigia. Mancavano la testa e una gamba, che le acque del Po restituirono nei giorni successivi.
La polizia scoprì inoltre che il sacerdote era arrivato in treno a Torino, insieme alla madre. Si erano lasciati alla stazione di Porta Susa, con l’accordo di ritrovarsi dopo qualche ora. Ma ciò non accadde perché il sacerdote fu assassinato. Anselmi-Balocco era abile nei travestimenti, e forse fu l’eccessiva sicurezza a tradirlo. Non si allontanò da Torino, convinto di aver fatto perdere le sue tracce: e invece, verso la fine di novembre, venne riconosciuto da un testimone e imprigionato.
Non negò di conoscere don Gnavi, e ne tracciò un ritratto poco lusinghiero: un prete trafficone, che comprava e vendeva, prestava soldi, svolgeva insomma attività che poco si accordavano con la tonaca. Ma Balocco negò recisamente di avere a che spartire con l’omicidio. Anzi: affermò di conoscere il vero colpevole: un certo Pizzetti, che prima aveva rapinato il sacerdote. Arrestare il vero autore del delitto sarebbe però stato impossibile perché – guarda caso – inseguito, travolto dal rimorso, si sarebbe suicidato. Caso chiuso, insomma: morto (e addirittura svanito) il colpevole, ci si sarebbe dovuti limitare a chiudere e archiviare il fascicolo di don Gnavi.
Ma la Corte d’Assise di Torino credette solo in parte alle parole di Balocco, e certo non a quelle che si riferivano all’assassino-suicida: Balocco venne perciò condannato all’ergastolo.
Però sotto la Mole la vicenda del sacerdote ucciso e fatto a pezzi colpì così tanto l’immaginazione popolare da diventare proverbiale. Sul serio o per scherzo, a seconda dei casi, c’era chi diceva: “Guarda che ti faccio fare la fine di don Gnavi…”."