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Ammazzarsi, ma con stile

A volte la vita fa degli scherzi ben strani: Jacopo Gelli (Orbetello 1858-Livorno 1935) era un convintissimo sostenitore che ogni disputa tra le persone potesse essere risolta a parole, senza ricorrere alla forza. A questo scopo divenne presidente della Corte internazionale per l'abolizione del duello .

Ma, per l'ironia del caso, proprio al duello il suo nome è legato per sempre. Gelli fece una sorta di ragionamento: se proprio il duello non si può evitare, almeno codifichiamolo in modo stringente, legandolo ai valori di onore e cavalleria , per fare in modo che i duellanti abbiano soddisfazione, salvino la faccia e, soprattutto, riportino a casa la pelle (magari un po' bucherellata...).

Gelli scrisse numerosi saggi: tra essi c'è il Codice cavalleresco italiano (1892), che ebbe uno straordinario successo editoriale, con 19 edizioni e traduzioni in lingue straniere. Si tenga conto del fatto che, in Italia, il duello fu formalmente vietato nel 1875 (ma il militare che rifiutava il guanto di sfida veniva espulso per fellonia) e poi ancora nel Codice penale del 1930.

Sfogliare il Codice di Gelli riporta a un tempo che oggi pare lontanissimo, quando l'offesa doveva essere lavata col sangue: a guardare certe trasmissioni televisive di oggi con gli ospiti che si insultano in ogni maniera, ma anche osservando la gente in coda al semaforo tutti i momenti ci sarebbe occasione per un duello.

Un duello alla spada

Nei preliminari del suo codice, comunque, Gelli cita la possibilità delle scuse , da presentarsi prima di scendere in campo: «Quando le scuse sono la espressione genuina e sincera di un elevato senso di giustizia, non umiliano ma onorano chi le fa, perché sono prova di rettitudine». Ma poi aggiunge: «Per altro le scuse presentate sul terreno, dopo lo scontro, onorano chi le fa».

Interessante il capitolo dedicato ai testimoni , che affiancano i duellanti. Per Gelli ci sono alcune categorie inadatte e, tra esse: le spie e i confidenti della polizia; gli scrocconi; coloro che vivono (mantenuti) alle spese di una donna che non sia loro stretta parente; i bari, e coloro che notoriamente vivono sul gioco.

Gelli specifica che per il duello sono solo tre le armi ammesse: spada, sciabola e pistola . La scelta delle armi spetta sempre a chi ha subito l'offesa: è inoltre consigliabile che non duelli chi ha raggiunto i cinquant'anni. Ciò significa che ai tempi di Gelli (cioè 130 anni fa) un cinquantenne era considerato "vecchio".

Il codice di Gelli è dettagliato fino all'eccesso, ma ogni tanto riserva notizie davvero curiose: per esempio vieta agli spadaccini di usare colpi alla Jarnac , cioè scorretti. L'espressione deriva da un duello combattuto nel 1547 a Saint-Germain-en-Laye da Guy de Chabot, conte di Jarnac e François de Vivonne, signore de la Châteigneraie: si tratta di un colpo alla parte posteriore del ginocchio o della coscia, sferrato di sorpresa. Inoltre specifica che «colpire l'avversario quando è completamente disarmato, caduto al suolo, o quando gli si fosse spezzata l'arma, equivale a un tentato assassinio».

Una coppia di pistole da duello

Altrettante regole riguardano il duello alla pistola, e servono a... far sbagliare la mira ai duellanti. Le forme di duello ammesse sono solo due: a piè fermo mirando , o con fuoco a comando, e avanzando mirando (che Gelli però sconsiglia, perché di gestione complicata). Ma stabilisce due norme, a proposito della distanza tra i duellanti (deve essere compresa tra i 12 e i 22 metri) e a canna liscia (perché le armi a canna rigata sono molto più precise). Inoltre i duellanti dovranno alzare il collo del soprabito nero, per evitare che il bianco del collo della camicia agevoli la mira dell'avversario.

In chiusura ancora una nota. Un duello... come si deve è accompagnato da tanta carta , a partire dal "cartello di sfida" fino ai verbali dopo lo scontro. Tante parole, dette e scritte, per cercare di rendere onorevole ciò che, in sostanza, così onorevole non è: mi hai fatto arrabbiare e io ti voglio ammazzare.