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A Torino il cimitero degli impiccati

A poca distanza dal complesso del Cottolengo e da Porta Palazzo si trova uno dei cimiteri più antichi di Torino : è quello di San Pietro in Vincoli , inaugurato nel 1777.

Per secoli c'era stato l'uso di seppellire i defunti nei pressi delle chiese , nella convinzione che la vicinanza col luogo sacro agevolasse il viaggio delle anime alla volta del Paradiso .

Ma con l'aumentare della popolazione cittadina e col ripetersi di epidemie ci si rese conto che le sepolture non sarebbero più potute avvenire in città. A Torino re Vittorio Amedeo III decise la costruzione di due nuovi cimiteri fuori dalla cinta muraria, e ne affidò la progettazione all'architetto Francesco Valeriano Dellala di Beinasco: sono quelli di San Lazzaro, detto anche cimitero della Rocca (oggi scomparso), e di San Pietro in Vincoli. Quest'ultimo si presenta con un cortile centrale rettangolare circondato da portici: sui due lati orti ci sono l'ingresso e la cappella. Aveva anche un'area per i non battezzati e i morti suicidi, e un'altra per gli impiccati (la forca veniva montata al rondò di corso Valdocco, a poca distanza) e gli "esecutori di giustizia", cioè i boia.

L'interno del Cimitero di San Pietro in Vincoli

Ma Torino continuava a crescere, tanto che nel 1829 viene inaugurato il cimitero Monumentale . Quello di San Pietro in Vincoli rimane, anche se nel 1852 era stato gravemente danneggiato dallo scoppio di una polveriera nel vicino Arsenale militare (oggi sede del Sermig). Durante la Seconda guerra mondiale il cimitero subì anche due bombardamenti , nel 1942 e nel 1943, e nel 1970 venne definitivamente dismesso: a testimonianza dell'antico impiego della costruzione rimangono alcuni decori e numerose lapidi affisse ai muri e alle colonne del porticato.

Dopo un periodo di abbandono (in cui non erano stati pochi i casi di vandalismo ), nel 1970 vengono rimossi i resti delle inumazioni. Dal 1984 è iniziato l'impiego per spettacoli all'aperto ed eventi culturali e, a questo scopo, nel 1988 c'è stato un approfondito restauro.

La facciata dell'antico cimitero

All'ingresso di quello che i torinesi avevano ribattezzato San Pé dij còj (San Pietro dei cavoli, per l'assonanza col nome originale) si trovava anche la cappella in cui venne sepolta la principessa russa Varvara Belosel'skij , giovane moglie di del principe russo Aleksandr Michajlovič Belosel'skij-Belozerskij, ambasciatore alla corte sabauda. A caratterizzarla una scultura opera di Innocenzo Spinazzi, che rappresenta una figura femminile coperta da un lenzuolo. La statua della Velata , un autentico capolavoro, è oggi esposta alla Galleria d'Arte Moderna.

All'interno molte lapidi funerarie sono esposte nel porticato

Molte lapidi ricordano i defunti con testi accorati: ecco qualche esempio: «In questa tomba Vittorio Gianotti, fanciullo di sette anni, dorme nel Signore. Fortunato Vittorio! L'anima tua di cherubino oltre l'infanzia non sofferse l'esiglio (testuale) e rivolò a plaghe più serene, ad aure più pure». «Qui riposano le mortali spoglie dell'egregio sacerdote don Michele Giuseppe Boffano, torinese, che per ben nove lustri con sommo zelo e prudenza retto avendo il Regio Manicomio e la confraternita della SS. Sindone di Torino, pieno di meriti e di fatiche lasso, settuagenario rapito venne ai viventi». «Ahi! Non credea il genitore di dover lacrimare la morte di Luigi Cusani marchese di San Giuliano, conte di Sagliano. Con ansia d'affetto e con tormentoso pensiere si divise da lui non quadrilustre che interrotti per forza di guerreschi tempi i legali studi, ebbe a correre la fortuna dell'armi. E quando prode lo riebbe, salito per gradi a tenente colonnello del reggimento Piemonte Reale e decorato con la Croce di San Maurizio e Lazzaro, caro ai commilitoni e carissimo a tutti i suoi, i giorni del padre si oscurarono e si consumano sopra la tomba del figliolo». «Sia pace all'anima di Adele Rasino-Balmazza, donna ricca di ogni femminile virtù. In vita ebbe due soli pensieri e due soli affetti: Iddio e la famiglia. In morte volle giacere a canto del suo suocero e della sua suocera, a cui fu per oltre a tre lustri vera figlia di amore. Spose cristiane imitate il raro esempio».