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Accompagnare un morente, una relazione complessa

" L'accompagnamento della persona morente : una relazione complessa": a questo tema padre Carmine Arice , superiore generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza , ha dedicato un articolato saggio pubblicato dalla rivista di scienze etiche e sociali Lògos .

Padre Arice muove da una premessa : «La riflessione sull'accompagnamento della persona morente esige riconoscere che il tema riserva aspetti problematici, complessi, umanamente drammatici e qualche pericolo».

Padre Carmine Arice

La prima questione problematica sta nel fatto che la morte è un' esperienza fondamentale nell'esistenza umana, ma chi ne parla non l'ha sperimentata, non c'è dunque l'elaborazione di un vissuto: «Se già parlare della sofferenza ci pone qualche difficoltà, parlare dell'esperienza del morente è ancora più delicato».

Quello della morte è però un tema cui non si può sfuggire, e che si deve trasformare da tabù a sorella : sia per essere pronti quando occorrerà accompagnare la dipartita di un congiunto, sia per l'appuntamento inevitabile con la fine della propria esistenza.

Il momento dell'accompagnare è particolarmente critico : è necessario arrivarci preparati, con un cammino di elaborazione dei propri sentimenti e relazioni emotive di fronte alla morte. «Di fronte a tutto questo le vie di uscita sono fondamentalmente due – considera padre Arice – Fuggire il pensiero della morte oppure cercare le chiavi di lettura che possono illuminare e umanizzare la morte e dunque anche l'esistenza».

Una delle stanze dell'hospice per malati terminali che il Cottolengo inaugurerà a Chieri il 2 settembre 2022

Focalizzando l'attenzione sulla cura del morente , padre Arice mette in evidenza l'importanza di una alleanza terapeutica capace di fornire una cura globale, in grado di rispondere alla pluridimensionalità del malato. Le cure palliative in questo quadro hanno un ruolo centrale: ma padre Arice mette in guardia dal rischio di una eccessiva medicalizzazione , concentrata solo sull'aspetto bio-fisico della malattia, perché è poco rispettoso della complessa situazione umana della persona sofferente. «La dimensione fisica, infatti, con i suoi bisogni assistenziali e sanitari, interagisce con le altre dimensioni: quella intellettuale, con le sue capacità motivazionali; quella emotiva, con i sentimenti che si provano; quella sociale e quella spirituale».

Padre Arice termina la sua analisi riflettendo sulla necessità di dare al malato terminale un quadro chiaro sulla sua situazione: «Il dovere della verità all'ammalato terminale esige nel personale sanitario discernimento e tatto umano . La verità non va sottaciuta ma neppure semplicemente notificata nella sua nuda e cruda realtà. Essa va detta sulla lunghezza d'onda dell'amore e della carità, chiamando a sintonizzare in questa comunione tutti coloro che assistono a vario titolo l'ammalato».